Termini e pandemia 1

Termini e pandemia 1

Attività amministrativa in genere

I termini di conclusione del procedimento amministrativo ai tempi del coronavirus – I parte

È dal lontano 1990 che il legislatore ha fissato i principi generali in materia di attività amministrativa. Tra questi, quelli in base al quale i procedimenti amministrativi (avviati sia d’ufficio, sia su istanza dell’interessato) devono avere una durata predeterminata, devono concludersi con un provvedimento espresso e quest’ultimo deve enunciare le ragioni di fatto e di diritto poste a proprio fondamento (artt. 2-3 L. 241/1990).

Per rendere effettivi tali principi il legislatore:

  • ha incaricato ciascuna Amministrazione di stabilire la durata massima dei procedimenti di propria competenza, ove non già stabilita dalle specifiche norme a questi relative;
  • ha posto un termine generale di trenta giorni da applicarsi in assenza della suddetta fissazione;

La legge del 1990 non ha, tuttavia, regolato gli effetti della ritardata (o mancata) conclusione del procedimento entro il termine massimo per esso stabilito in uno dei tre modi citati (legge speciale, Amministrazione, legge generale).

In molti casi, per la verità, tale regolazione non serviva, avendovi già provveduto il legislatore stesso nel disciplinare i singoli procedimenti (sono i casi di c.d. “silenzio significativo”: silenzio-assenso, silenzio-rigetto).

Per i restanti casi vi ha provveduto solo nel 2005, allorché, integrando la L. 241, ha consentito all’interessato di contestare direttamente dinanzi al T.A.R. il silenzio “non significativo”, ossia quello che non comportava né l’accoglimento, né il rigetto dell’istanza avanzata (fino a questa modifica l’interessato, prima di andare al T.A.R., doveva ingiungere all’Amministrazione di provvedere entro un termine ad hoc; l’eventuale ulteriore inerzia dell’Amministrazione “qualificava” il silenzio e lo rendeva impugnabile, sempre dinanzi al T.A.R.).

Queste sono le linee del sistema ancor oggi vigenti, su cui è venuto ad innestarsi l’art. 103 del D.-L. 17 marzo 2020, n° 18, recante misure di contrasto «all’emergenza epidemiologica da COVID-19»; così esso recita al comma 1:

Ai fini del computo dei termini ordinatori o perentori, propedeutici, endoprocedimentali, finali ed esecutivi, relativi allo svolgimento di procedimenti amministrativi su istanza di parte o d’ufficio, pendenti alla data del 23 febbraio 2020 o iniziati successivamente a tale data, non si tiene conto del periodo compreso tra la medesima data e quella del 15 aprile 2020.

Con una formulazione approssimativa ed atecnica la norma – rimasta immutata in sede di conversione (L. 24 aprile 2020, n° 27) – sancisce la sospensione del termine di conclusione (come sopra stabilito) dei procedimenti amministrativi. Non di tutti indistintamente, però, bensì di due diverse categorie:

  • i procedimenti che pendevano al 23 febbraio 2020, ossia quelli per i quali a tale data non era ancora spirato il termine di conclusione; (il 23 febbraio è la data di entrata in vigore del D.-L. 6/2020, il primo della serie, che non si era occupato di questo specifico tema);
  • di quelli avviati tra il 24 febbraio 2020 e il 15 aprile 2020 (termine, quest’ultimo, che l’art. 37 del successivo D.-L. 23/2020 ha differito di un mese, portandolo al 15 maggio 2020).

Per entrambe le categorie di procedimento, dispone la norma in esame, «non si tiene conto» dei giorni intercorrenti tra il 23 febbraio 2020 e il 15 aprile (oggi maggio) 2020. Per l’effetto:

  • quanto ai primi, i giorni che al 23 febbraio ancora mancavano alla conclusione ricominceranno a decorrere con il 16 maggio 2020 (il timer, insomma, si è fermato e ripartirà il 16 maggio);
  • quanto ai secondi, l’intera durata si svolgerà dopo la fine del periodo di sospensione (in altri termini il timer non è partito subito, ma si attiverà il 16 maggio; in definitiva, si noti, trattasi dello stesso criterio che si applica alla prima categoria di procedimenti).

In questi casi, dunque, prima di lamentare che l’Amministrazione è in ritardo occorrerà fare bene i conti.

E se per un certo procedimento la durata massima fosse già maturata prima del 23 febbraio?

In questo caso la sospensione non opera per due ragioni:

  • anzitutto perché il procedimento, pur non concluso con atto espresso (e salva comunque la valenza quale atto favorevole o sfavorevole propria del “silenzio significativo” eventualmente prevista per esso dalla legge), non può ritenersi un procedimento ancora «pendente»;
  • in secondo luogo perchè, per ineludibili ragioni di logica, un termine ormai esaurito non può essere sospeso (è la stessa ragione per cui esso non può essere neppure prorogato).

In questa evenienza il silenzio qualificato (laddove previsto dalla legge) oppure quello non qualificato (negli altri casi) potrà essere impugnato dinanzi al Giudice amministrativo nel rispetto dello specifico termine processuale, a sua volta sospeso a causa della pandemia (in tal caso, però, solo dal 16 aprile al 3 maggio 2020: art. 36 D.-L. 23/2020).

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